di Alessandro Macca
In questi giorni stiamo assistendo all’onda lunga della, a tutti ormai nota, crisi finanziaria iniziata la mattina del fatidico 9 agosto 2007, con l’esplosione della bolla “subprime” negli Usa, e propagatasi nel resto del mondo. Gli stati sovrano occidentali, già pesantemente indebitati, hanno (forse inopinatamente) deciso di nazionalizzare numerose banche private (le famigerate “too big to fail”), trasferendo così i debiti dei privati, al pubblico. Tutto ciò non ha fatto altro che aggravare i bilanci degli stessi stati (soprattutto anglosassoni), costretti nel dubbio se mantenere uno stato sociale efficiente, o tentare il rilancio dell’economia, con sgravi e detassazioni. In Italia questo fenomeno è stato meno accentuato, grazie ad un sistema bancario più solido e meno propenso a virtuosismi da “finanza creativa”. Scontiamo, però, ben altre pecche ; innanzitutto, deteniamo il terzo debito pubblico al mondo –senza essere la terza economia al mondo- all’incirca 1.900.000.000,000 € (millenovecento miliardi di €, praticamente i debiti di Portogallo, Spagna, Irlanda e Grecia, moltiplicati per due!). Indubbiamente, non è stato facile gestire il paese Italia negli ultimi tempi, basti citare fatti quali la Missione in Libano (2006), il terremoto in Abruzzo (2009), la missione in Libia (2011), oltre a quelle di Iraq e Afghanistan, che pesano sulle nostre tasche da quasi 10 anni! Senza contare la cassa integrazione, che negli ultimi due anni ha impattato molto pesantemente sulle casse pubbliche, e non accenna a diminuire.
Ma nella prima decade di luglio abbiamo assistito ad un evento “nuovo” (uno di quei tipici eventi preconizzati da pochi illuminati, subito cassati dai media e additati dagli stessi quali “catastrofisti”): l’Italia è stata colpita dalla speculazione internazionale. Per riuscire a spiegarla, e a delimitarne i confini, non basterebbe una dozzina di manuali di studi economici (e io francamente non ne sarei in grado). Ma limitandosi a narrare i fatti, basti dire che nel giro di tre sedute di borsa, l’Italia ha “bruciato” 150 miliardi di € di capitali, e lo spread tra i titoli di stato tedeschi (bund) e quelli italiani (bot) è schizzato, toccando livelli mai raggiunti (325 punti base), dall’introduzione dell’euro ad oggi. Ma forse, prima di definirli sic et simpliciter “speculatori”, dovremmo provare a metterci nei panni degli investitori esteri, e ad analizzare con razionalità il nostro Paese. Un paese lacerato da anni e anni di conflitti politici e, cosa ben più grave, istituzionali. Un paese che, dal ’92 in poi, non ha fatto assolutamente nulla per arginare l’incalzante debito, credendo forse troppo (e, a tratti, in malafede) che con l’introduzione della moneta unica avremmo risolto i nostri guai di bilancio, “europeizzando” le magagne di casa nostra. Tralasciando i numerosi errori di valutazione commessi anche in sede europea (penso all’allargamento superficiale e frettoloso ai paesi dell’est EU), è innegabile che la politica italiana ha attuato una serie di prove, esperimenti, tentativi malriusciti e bozze accennate di riforme, che non hanno sortito gli effetti sperati, e le (poche) liberalizzazioni attuate, hanno creato (molti) benefici per pochi (i soliti noti).
Ma nella prima decade di luglio abbiamo assistito ad un evento “nuovo” (uno di quei tipici eventi preconizzati da pochi illuminati, subito cassati dai media e additati dagli stessi quali “catastrofisti”): l’Italia è stata colpita dalla speculazione internazionale. Per riuscire a spiegarla, e a delimitarne i confini, non basterebbe una dozzina di manuali di studi economici (e io francamente non ne sarei in grado). Ma limitandosi a narrare i fatti, basti dire che nel giro di tre sedute di borsa, l’Italia ha “bruciato” 150 miliardi di € di capitali, e lo spread tra i titoli di stato tedeschi (bund) e quelli italiani (bot) è schizzato, toccando livelli mai raggiunti (325 punti base), dall’introduzione dell’euro ad oggi. Ma forse, prima di definirli sic et simpliciter “speculatori”, dovremmo provare a metterci nei panni degli investitori esteri, e ad analizzare con razionalità il nostro Paese. Un paese lacerato da anni e anni di conflitti politici e, cosa ben più grave, istituzionali. Un paese che, dal ’92 in poi, non ha fatto assolutamente nulla per arginare l’incalzante debito, credendo forse troppo (e, a tratti, in malafede) che con l’introduzione della moneta unica avremmo risolto i nostri guai di bilancio, “europeizzando” le magagne di casa nostra. Tralasciando i numerosi errori di valutazione commessi anche in sede europea (penso all’allargamento superficiale e frettoloso ai paesi dell’est EU), è innegabile che la politica italiana ha attuato una serie di prove, esperimenti, tentativi malriusciti e bozze accennate di riforme, che non hanno sortito gli effetti sperati, e le (poche) liberalizzazioni attuate, hanno creato (molti) benefici per pochi (i soliti noti).
I mercati internazionali vanno convinti, non ci sono storie. la Germania ha messo in Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio per non aumentare il debito quando questo ha cominciato a salire, nel 2009, verso l’80% del Pil. Ora il debito italiano è al 120%!! Ma come potrebbe l’Italia portare da 1.900 a 1.150 miliardi il debito per tenerlo entro il 70% del Pil? Bisognerebbe cancellare almeno 750 miliardi. Pensiamo alla Grecia, che ha tagliato le province da 57 a 13, i comuni da 1034 a 325, i deputati da 300 a 200; noi, che stiamo appena appena “meglio” della Grecia, conserviamo tutte quante le province (anche quelle introdotte da pochissimo tempo), tutte le Regioni (eppure, prima della loro introduzione, nel 1970, non mi sembra regnasse il caos in Italia), e abbiamo 945 parlamentari contro, ad esempio, i 660 della Germania (la Germania, mica il Botswana!). Province e comuni ci costano 8 miliardi e mezzo, gli organi costituzionali 3 miliardi, di cui 1,7 miliardi solo per i bilanci di Camera e Senato; le consulenze esterne pesano per 2,5 miliardi nella pubblica amministrazione. A pochi giorni dal varo della Manovra Finanziaria “lacrime e sangue”, assistiamo al taglio di numerosi regimi di detassazione (481) che francamente venivano utilizzati più come micro ammortizzatori sociali, che come aiuti ad imprese e famiglie. Ma tra i vari tagli c’è anche l’articolo 13 del D.Lgs 460/97; tala norma permetteva agli imprenditori di donare alle Onlus generi alimentari e farmaci usciti dal normale circuito commerciale, senza che ciò venisse considerato “destinazione estranea” all’esercizio dell’impresa (e, dunque, tassato). In tale modo si consentiva ai produttori di cibo e farmaci di donarli a enti caritatevoli. In un momento in cui l’Unione europea sta mettendo in discussione i programmi di aiuti alimentari, e in un contesto sociale interno in cui i poveri sono in grande aumento, appare azzardato andare a colpire un settore così delicato.
Insomma, a parte i mancati tagli alla “casta”, tale manovra mi pare abbia scansato due importanti effetti sul piano sociale: la coesione sociale, e l’effetto dimostrativo di alcune scelte di politica settoriale.
Sotto il primo punto di vista, occorre sottolineare che le manovre di rientro dal debito sovrano hanno di solito successo se rafforzano la coesione sociale, non se la indeboliscono. Occorre, infatti, uno sforzo comune e condiviso da tutti gli italiani (ma come si può essere autorevoli, se i privilegi dei politici rimangono così spudoratamente intatti?!). sotto il secondo punto di vista, le istituzioni sembrano totalmente immobili o assenti di fronte ad esempi evidenti di “carrozzoni di stato” che da decenni succhiano decine di miliardi dei contribuenti, senza che vi sia alcun miglioramento nei servizi e nelle tariffe, pensiamo al settore delle comunicazioni e dei trasporti ( e qui torniamo alle finte liberalizzazioni citate, e a quelle invece mai partorite). Al momento la formula di risanamento è fatta di due termini: pareggio di bilancio + misure stimolative della crescita. L’applicazione del primo termine è in atto, la “manovra” appena approvata; ma ciò toglie soldi all’economia, compromettendo la crescita
Insomma, la neuro-economia sostiene che la spinta d’entusiasmo nel Paese, utile per facilitare il rilancio, parta dal basso. Ma se in “alto” non si fanno sacrifici, come si può pensare che in “basso” si crei entusiasmo??
